parte seconda
TRA LE DISFUNZIONI DEL MODO DI PRODUZIONE, LO SPOPOLAMENTO DELLE CAMPAGNE E LA MIGRAZIONE VERSO LE GRANDI CITTA’.
Lo sviluppo delle grandi industrie ha trasferito una sempre maggiore popolazione verso le grandi città. Il benessere tanto “propagandato”, ha attecchito su una popolazione rurale, in gran parte senza istruzione, e dove il progresso veniva villantato come benessere.

Tutto questo benessere, e l’impressionante sviluppo tecnologico hanno contribuito ad una forte riduzione delle funzionalità dell’ACM.
Il contesto sociale e relazionale osservato da S. Freud (Freiberg, Austria 06/05/1856 – Londra Inghilterra 23/09/1939), i cui pazienti provenivano dalla borghesia viennese della fine ‘800 era estremamente diverso da quello del tardo ‘700, e ancora parlando di tempi più recenti di A. Lowen (New York, U.S.A. 23/12/1910 – New Canaan, U.S.A. 28/10/2008) fece degli studi negli anni ’70 – ’80 che riguardavano persone cresciute nell’immediato dopo guerra, un’era ancora pretecnologica.
Lowen, osservava individui soggetti a relazioni umane dove l’interferenza mediatica era ancora modesta. Lo stesso Lowen, aveva potuto giocare liberamente per strada, monitorato dai vicini, sempre pronti a dettare regole, ma al tempo stesso a proteggere ogni bambino.
Oggi, il principale contributo di crescita dei bambini sono i genitori, e questo a mio avviso rappresenta un impoverimento significativo rispetto ad un contesto tribale, dove un nutrito gruppo di adulti poteva portare il proprio contributo di crescita e altresì dove, adolescenti e bambini costituivano assieme, il suo patrimonio educativo primario.
Potremmo immaginare che fin dalla nascita, il nostro bambino primitivo si trovasse in condizioni di interiorizzare moduli relazionali più ricchi, vari e pienamente adattivi rispetto al contesto sociale in cui sarebbe cresciuto e che, a sua volta, avrebbe contribuito ad arricchire.
Non possiamo ignorare nemmeno che oggi le relazioni umane sono state depauperate da una potenzialità informativa senza precedenti.
I mediatori dell’informazione oggi, tra i quali la televisione fa da capolista, propongono una quantità di stimoli a molteplici livelli tra cui udito e vista fanno da padroni. Marshall McLuhan, (Edmonton, Canada 21/11/1911 – Toronto, Canada 31/12/1980), ci ricorda che il medium è il messaggio.
Da bambini, quando la mamma/papa ci leggeva una favola, il mediatore tra il mondo fantastico e la nostra realtà, era appunto il genitore, con il suo calore, il suo odore, il tono della sua voce, con la sua presenza materica, il suo corpo, e tutto questo dava un senso alla favola/storia.
Oggi l’informazione mediatica è vera, e al tempo stesso, non lo è, non ha odore, né sapore, né calore umano, anche quando cerca di rappresentarli, di farteli vivere.
Per raccogliere queste esperienze, dobbiamo fare riferimento alle “nostre” esperienze direttamente vissute, e trasportarle in cui ed ora che il mediatore tecnologico di senso ci propone.
Sarebbe tutto splendido e costituirebbe un immenso arricchimento qualitativo oltre che quantitativo, se solo avessimo alle nostre spalle solide radici esperenziali, ma purtroppo sono proprio queste a essersi impoverite ad essere diventate fragili, a causa degli sviluppi recenti del modello di evoluzione relazionale sociale.
Come si è impoverita drammaticamente la nostra relazione coi corpi che siamo e che, imprigionati nel contesto urbano siamo ridotti ad umiliare di continuo, soffocando sull’altare della convivenza urbana ogni spontaneità che, negli “esseri umani”, non è mai distinta dal movimento. Ed è anche per questo che i mediatori tecnologici, contribuiscono, soprattutto, ad una ulteriore dissociazione tra mente e corpo.
Probabilmente lo scopo originario dell’ACM era di soffocare la spontaneità in direzione dell’adattamento sociale, ma questo non era disgiunto dal direzionare efficacemente l’energia e il comportamento di ciascuno e quindi dal rifondare il suo diritto di esistere come membro del gruppo per tornare al più presto a respirare tranquillamente e liberamente.
Lo osserviamo in tutto il regno animale, sia predatore che preda, una volta passato lo stato di allarme, riassestano il proprio equilibrio neurovegetativo e si liberano dalle possibili conseguenze del trauma. Le condizioni della convivenza sociale primordiale però, sono mutate radicalmente. Il nostro modello sociale ormai cristallizzato, di interiorizzazione dei fondamenti relazionali, però continua ad operare, adattandosi in modo inadeguato, e generando il diffuso malessere che S. Freud chiamò nevrosi.
Da questa situazione però, oggi come oggi è impossibile uscirne indenni, e nevrosi, rabbia, paura, attacchi di panico, gelosie sono il pane quotidiano, con il quale ci confrontiamo ogni giorno. Cambiare modello di produzione, di vita è l’unica alternativa possibile, ma la nostra classe politica è ben lontana da proporre una nuova visione della società.
Un modello basato e organizzato attorno all’uomo, attorno ad una comprensione della realtà, dove gli esseri umani, siano al centro dell’attenzione e non siano solamente un voto, per poter padroneggiare.
Le esigenze dell’essere umano sono assai semplici, vediamo quali sono:
Il diritto di esistere
Il diritto di avere bisogno
Il diritto di essere autonomo
Il diritto all’autoaffermazione
Il diritto di amare sessualmente
”LE ALTRE CULTURE” UN PICCOLO EXCURSUS ANTROPOLOGICO
Jared Mason Diamond (Boston – U.S.A. – 10/09/1937) è un antropologo, che in molti anni di ricerche sulle tribù primitive della Nuova Guinea, ha evidenziato come all’interno di queste esistano modelli educatici apparentemente diversi tra loro: da un’educazione estremamente repressiva, esigente e normativa al suo apparente opposto: un modello quasi privo di norme, al cui interno il bambino sembra godere di una condizione di autonomia e di potere personale non inferiore a quella dell’adulto.

Questo paragone interculturale potrebbe essere difficile da confrontare con la nostra cultura occidentale, che sinceramente non appare così monolitica e facilmente descrivibile, ma Diamond, si sofferma su due punti che ritengo importanti e rilevanti che uniformano queste culture.
In Occidente stiamo subendo un impoverimento esperenziale dovuto all’affermarsi di nuclei famigliari sempre più ristretti, mentre l’esperienza diretta attiva e adattiva, si è drasticamente ridotta a favore dell’esperienza mediata e mediatica, per sua natura passiva e quindi passivizzante. Secondo Diamond tutto questo si traduce in un crescente senso di insicurezza soggettiva all’interno della nostra cultura, e questo dato è facilmente riscontrabile.
Diamond inoltre ci dice che anche altri scienziati con i quali si è confrontato sono rimasti molto colpiti dalla sicurezza emotiva, dalla fiducia in sé, dalla curiosità, dei membri delle società su piccola scala, non solo quando sono ormai adulti, ma già da bambini.
Correla quindi quest’osservazione con il supporto costante fornito dall’intera comunità alle iniziative autonome di ciascun bambino, dall’esplorazione dell’ambiente al confronto con esperienze potenzialmente pericolose quali il fuoco o l’uso di oggetti acuminati.
Queste osservazioni vengono messe in relazione con la genitorialità diffusa (alloparenting) che permette al bambino di accedere a una molteplicità di atteggiamenti operativi e relazionali sin dalla nascita e durante l’intero corso del periodo formativo, da zero a sette anni circa.
Ribadisce inoltre che noi scoraggiamo lo sviluppo di queste qualità, che la maggior parte di noi ammira, suddividendo i bambini per età, dando loro dei voti, dicendo continuamente a loro cosa devono o non devono fare.
Aggiungo infine che sostituiamo la loro naturale propensione a immaginare e mettere in atto soluzioni creative e innovative con l’illusione normativa che per ogni problema, come già avevo detto, esista una e una sola soluzione corretta.
Poiché nelle piccole tribù ciascuno si sente responsabile per sé, per ciascuno e per l’intero gruppo, è pronto ad assumere all’occorrenza, il ruolo genitoriale di protezione, supporto e stimolo all’interno di una sorta di circolarità naturale e il tutto è confortato e rinforzato da una continua presenza fisica. L’alloparenting, non solo migliora le probabilità di sopravvivenza dei bambini, ma a detta di Diamond, migliora in modo significativo anche la loro capacità, una volta adulti, di “affrontare grandi sfide e grandi pericoli pur continuando a godere della vita”.
Solo l’improvviso tracollo della cultura occidentale contemporanea potrebbe aprire un varco in questa direzione, ma dobbiamo tenere presente l’importanza della funzione adattiva originaria della struttura primordiale dell’apprendimento relazionale e, unita a molte altre considerazioni, tra le quali il contatto corporeo nel corso di tutta l’evoluzione infantile, contribuisce a fornirci una nuova prospettiva rispetto ai disturbi dell’attaccamento e della relazione tra adulti.
Tenere presente questo, potrebbe fornirci una via di scampo alle molteplici patologie che oggi albergano nella nostra società, dove virtuale e reale si fronteggiano continuamente.
I vecchi dogmi devono essere rivisti, elaborati, rinegoziati, sciolti dalla cristallizzazione e resi consapevoli, a questa nuova realtà, tornando ad aprirci strutturalmente all’opportunità di incontrare di nuovo, o forse per la prima volta, la realtà della realtà, che vive intorno a noi.
In attesa quindi che questo si possa realizzare, ci restano soluzioni illusorie, provvisorie, individuali o comunque minoritarie per recuperare la vivibilità che ci spetta di diritto. Buoni propositi, meditazione, Yoga e Pilates sono solo alcune di queste scorciatoie, ma a mio avviso nessuna di queste pratiche “ci può garantire” un sollievo reale, le radici del nostro malessere hanno attecchito profondamente in noi, ricche di una saggezza antica e biologicamente fondata. Rimane la via di una nuova autoconoscenza e di una rievoluzione radicale che, riportandoci a contatto con la sostanza del problema, che è conoscenza corporea e psicologica al tempo stesso, ci consentano di rinegoziare, nell’attimo presente, ciò che fu sancito nel corso di un lungo processo quanto la nostra stessa vita e profondo quanto lo è la saggezza in noi incorporata, dell’intero genere umano.
Per essere liberi, bisogna attivare la nostra ricerca, l’esplorazione scoprendo il presente, e il sentiero profondo che porta alla conoscenza di sé, dell’espressione di sé de dell’autorealizzazione che, liberandoci dagli effetti dei compromessi stabiliti per garantire la nostra sopravvivenza all’interno della famigliarità ristretta e della realtà virtuale e cronicizzati nel tempo, ci permetteranno di nuovo di respirare pienamente e con gioia, di ritrovare il giardino perduto, il nostro Eden che è in noi, e che non ci ha mai abbandonati. Solo ne era assopita la consapevolezza, solo ci era stato negato e proibito l’accesso.
Questa è l’aspirazione di coloro che coraggiosamente si aprono all’i(n)spirazione rinunciando a ogni dogmatismo e ritornando, passo dopo passo, alla pratica della verità, al contatto sempre più stabile e pieno con la realtà della realtà. Questi non si abbandonano ad una spiritualità vaga, sentimentale o malata, ma sono altresì consapevoli del difficile lavoro che li aspetta, procedendo a una costante e disincantata esplorazione dentro e fuori di loro, con un atteggiamento pragmatico, con metodo scientifico, con infaticabile intenzionalità. Per tutti la vera cultura è qualcosa di qualitativamente diverso dall’erudizione, è un vero e proprio senso che coinvolge e comprende tanto la sensazione e il sentimento quanto il significato. Apprendere, comprendere e conoscere passano sempre e inevitabilmente attraverso la pratica esperenziale e incessante dell’osservare la vita che scorre dentro e fuori dal proprio corpo.

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