parte prima
PREMESSA
In parallelo alla meditazione Vipassana e al video sul “respiro” mi sembravo d’obbligo un chiarimento su quest’ultimo, o meglio sul non respiro per arrivare a come noi respiriamo oggi.

Le modalità di respirazione che abbiamo nel nostro quotidiano, caratterizzano la nostra vita completamente, molte di queste sono automatiche, ereditate geneticamente, socialmente e culturalmente dall’ambiente circostante, in pratica dalla società in cui viviamo, altre possono nascere da consapevolezze interiori, e da un approccio più profondo che abbiamo con la nostra intimità.
La società in cui viviamo, non tiene presente le esigenze del singolo individuo, tutt’altro, lo obbliga a conformarsi ad essa, a tenere conto del “bene maggiore”, rilegandolo ad un ruolo subalterno ad essa, ed è qui che iniziano i problemi.
La società interviene per porvi rimedio solo quando i danni sono irreparabili, mettendo in campo una serie di professioni per marginare le varie problematiche. Possiamo dire che questa società, non è a misura d’uomo, ma che è l’uomo che deve conformarsi ad essa.
Nel frattempo, la nostra respirazione continua …
Gli studi antropologici e genetici, hanno evidenziato con chiarezza, come le nostre strutture corporee interagiscono con l’ambiente circostante, e come questo di riflesso, interagisce con esse.
LA NOSTRA ARMATURA
Torniamo, ora al perché di questo articolo. Tutte queste azioni che subiamo da parte della società e dell’ambiente circostante influenzano la nostra respirazione e questa a sua volta determina una serie di contrazioni del nostro corpo, creando un’armatura strutturale che ci permette di affrontare il mondo esterno. Come esempio possiamo immaginare una situazione di “paura”, dove il nostro respiro viene “bloccato o smorzato” per non farci individuare dal “nemico” ipotetico o reale che sia. Questa operazione blocca tutti i muscoli pelvici, le spalle si restringono e noi ci facciamo “invisibili”.
In una situazione reale, la cosa potrebbe avere successo, ma il problema è che poi questa modalità di respiro, viene usata anche in contesti meno aggressivi, con il nostro partner, nostro figlio, i nostri amici, anche se poi per sentirci “equilibrati” proprio con loro diventiamo aggressivi, ma questa è un’altra lettura.
Bene direi abbiamo visto come nasce una parte della nostra armatura, come questa interagisce con la nostra muscolatura e quest’ultima sul nostro carattere.
Per semplicità chiameremo tutto questo ACM, ovvero “armatura a carattere muscolare”.
Questo nostro agire, lo capiamo da soli, è ovviamente disfunzionale e connota un perenne stato di insoddisfazione e di sofferenza. Abbiamo perso il nostro stato di grazia, abbandonando il nostro paradiso terrestre, il nostro “Eden” (in ebraico = piacere) dove regnava amore, compassione, gioia e felicità abbiamo sostituito la rabbia, il rancore, la gelosia, l’invidia, la paura, trasformando la nostra esistenza in una “valle di lacrime”.
Ma come hanno potuto gli esseri umani nel corso del processo evolutivo durato milioni di anni aver messo a punto una struttura psico-neuro-muscolare che, oggi come oggi, ci imprigiona in questa vita?
Il nostro vivere quotidiano diventa una fatica, dove cerchiamo di minimizzare i danni, cercando di arrivare a sera, ma l’illusione di avercela fatta, purtroppo dura solo fino alla mattina seguente, dove appena svegli siamo già pieni di operazioni da svolgere, (colazione, bimbi a scuola, chiamate a cui rispondere “urgentemente”… lo stress del lavoro) e la storia si ripete.
In nostro aiuto arrivano, le grandi narrazioni, dove la migliore delle quali racconta di una cacciata dal paradiso terrestre, perdendo il nostro “stato di grazia”.
Avete indovinato di quale narrazione si tratta? Che cosa a che vedere il mito giudeo-cristiano della perdita dello stato di grazia con la nostra attuale condanna a tirare avanti in una “valle di lacrime” sforzandoci di arrivare a sera, senza aver subito alterazioni importanti.
Già nella notte dei tempi, questa modalità di introiezione della cultura dominante si era dimostrata carente e penalizzante, e forse è per questo che i nostri avi, in assenza di spiegazioni migliori avevano dovuto far ricorso al mito della cacciata dall’Eden, sostenendolo attraverso intimidazioni, minacce e repressioni dei dissensi.
COS’E’ LA GRAZIA E PERCHE’ L’ABBIAMO PERSA
Immaginiamo una tigre nella sua giungla, i suoi movimenti … sono aggraziati … sono splendidi pur nella loro ferocia … ed ora immaginiamo la stessa tigre in una gabbia … i primi giorni si muove di qua e di la, la seconda settimana un po’ meno, fino a diventare “nevrotici”, non c’è ricerca “della preda”, non c’è caccia, ha perso la “voglia di vivere”, si è adagiata nel quotidiano, ha tutto pronto, anche se poi in certi casi purtroppo, qualcuno ci rimette. Non è un caso che i documentari sulla natura siano centrati al 70% su animali feroci (leoni, leopardi, squali) chiediamoci il perché, ma credo che la risposta sia semplice.
Noi oggi purtroppo siamo così. Ma non tutto è perduto.
Esaminiamo ora il mito della valle dell’Eden. Come avevo accennato sopra Eden, in ebraico significa piacere, quindi questa cacciata dal piacere e l’impossibilità di accedervi crea una condizione di frustrazione perenne, abbiamo perso la possibilità di accedere al piacere, pur essendo noi “stati creati” per quello, è un paradigma difficile da risolvere, ma non impossibile.
La madre terra ci sfamava con i suoi frutti e ogni respiro era talmente vivo che abbiamo immaginato che Dio stesso ci avesse dato la vita soffiandola dentro di noi. Un dio che era attorno a noi, dentro di noi e dentro tutte le creature del creato. Un padre eterno o meglio atemporale, in quanto sempre esistito e la sua presenza era sovrabbondante.
A tutto questo panteismo (celato dalla bibbia) il popolo di Israele dovette rinunciare, perché in fuga dalle verdi valli del Nilo, perché vagabondi affamati e disperati nel deserto, alla ricerca della terra promessa.
Tutti i loro beni furono fusi in un vitello d’oro simbolo di abbondanza, ma sterile. Il loro capo Mosè, disperato sentì il bisogno di fare appello a qualcosa di ultraterreno, di un qualcosa di irrapresentabile e di misterioso per soddisfare, “sempre secondo le tavole della legge” un principio ordinativo indiscutibile e totalizzante che restituisse un senso a quest’esodo e all’espulsione da questa terra ricca e prospera verso un deserto dove viveva la legge del più forte e del più spietato.
Purtroppo oggi lo vediamo su tutte le pagine dei giornali.
A suo tempo Mosè non ebbe alternative, ma noi, oggi, siamo in grado di immaginarne?
TRA ACM e DNA
La genetica ci fa presente che il nostro DNA non è mutato in modo significativo dal paleolitico. Abbiamo attraversato centinaia di guerre, pestilenze, carestie, inquisizioni recentemente e ben due glaciazioni, in tempi più lontani. Mi sembra dunque ovvio che un patrimonio così ricco sia un bene da conservare, come lo è altrettanto la ricerca genetica che conferma che tale bene tenda a rimanere stabile attraverso i millenni. Dove siamo arrivati oggi? Perché nonostante tutto questo “progresso”, siamo ancora in un mondo infelice, soggetti a patologie a rapida diffusione, Covid per ultimo, a malattie che decenni fa non facevano nemmeno testo, depressione, ansia, attacchi di panico, dipendenze da alcool, droghe e infine ludopatie. Abbiamo commesso degli errori nel passato per arrivare a questo? Freud affermava che l’uomo ha un istinto di morte, è forse vera questa affermazione?
Per difenderci abbiamo creato la nostra ACM ad hoc, ognuno di noi ha la propria, ma oggi le condizioni sono davvero insolite, rispetto ad un passato non lontano, oggi viviamo in una società dove il passato è già ieri e il futuro è domani.
La genetica ha svelato e decodificato il genoma umano, ma non tutto è ancora chiaro. La nozione a mio avviso di ACM, ha una sua ragione di esistere, nonostante l’attacco di molti studiosi, o reputati tali dal potere dominante.
Le persone tendono ad avere una visione del mondo, sostenuta da specifiche configurazioni neuronali e muscolari, stabilizzandole e a perpetuarle nel tempo, rinunciando così a tutte le possibili alternative. La visione darwiniana, ha qui il suo tallone d’Achille, il progetto di evoluzione della specie viene interrotto da elementi esterni alla specie, anche se, da essa prodotti quali industrializzazione, cementificazione del territorio, globalizzazione, autarchismo e individualismo estremo – narcisismo, non fanno parte di un’evoluzione armonica, ma caotica e disfunzionale per l’individuo che si sente pressato, competitivo e utilizzando un termine “modaiolo”, stressato.
Con questa premessa potremmo dire che l’infelicità e l’inappagamento siano costanti nella nostra specie, e a mio parere non siano funzionali alla sopravvivenza del genere umano. E’ un’ipotesi da considerare, in realtà solo una parte dell’umanità è esposta a tutti questi aspetti disfunzionali dell’armatura, anche se ahimè è una grossa maggioranza.
La teoria somato-relazionale ci descrive con una buona precisione, il tipo di relazioni carenziali, traumatiche o comunque disfunzionali che sono all’origine della fissazione dei diversi tratti caratteriali.
W. Reich nei suoi studi del ’30 descrive l’armatura come una cristallizzazione di comportamenti altrimenti normali, in pratica ad una determinata situazione di pericolo noi usiamo un sistema difensivo specifico, il problema è appunto che questo sistema difensivo lo usiamo anche quando la situazione non lo è più.
La psicologia evolutiva e l’infant research ci dimostrano oggi come questo processo di difesa tenda ad essere pressochè concluso all’inizio della fase di latenza, e come le nostre matrici relazionali, una volta dimostratesi utili per la sopravvivenza, si stabilizzino consentendoci di costruire il nostro futuro sulla base del nostra passato.
Sembrerebbe ovvia quest’ultima affermazione, se non fosse per il suo aspetto disfunzionale che contiene sofferenza, dolore, angoscia. Ma tutti noi costruiamo il nostro futuro sulla base delle conoscenze del nostro passato, non ci sono alternative.
LE QUATTRO NOBILI VERITA’ E L’EVIDENZA CLINICA
Buddha, illustrando queste quattro nobili verità, che sono alla base del buddismo, mise al primo posto la verità, un termine tanto ostico al potere e al progresso umano.
La prima: la verità della sofferenza, ovvero riconoscere la propria sofferenza (personale e sociale).

La seconda: l’ignoranza, che è un prodotto dell’armatura la quale ci impedisce di “vedere” l’altro nella sua globalità, impedendo il confronto “umano”, garantendo invece una temibile chiusura.
Ma l’ignoranza ha come elemento base la bramosia, o meglio ancora il desiderio.
Vorrei fare un piccolo appunto al riguardo, credo che il desiderio sia il principio causale della storia, e tutti i maestri della psicologia dinamica lo hanno ribadito. L’ignoranza viene qui vista come una realtà dinamica i cui elementi sarebbero l’avversione e l’attaccamento, che se rimossi dalla consapevolezza si solidificherebbero secondo la tradizione buddista nel o nei sankhara, o agglomerati dell’hara, struttura portante della cosiddetta ruota del Karma.
Vedo molte analogie tra il Karma del buddismo e l’ACM. La nostra visione del mondo è sorretta da ciò che abbiamo vissuto in precedenza e che a preso corpo in noi fissandosi, in circuiti psiconeuromuscolari specifici.
Blocco della spontaneità e sankhara entrambi ci impediscono di vivere con gioia la vita, in quanto la nostra spontaneità viene bloccata e immolata in modo del tutto inappropriato sull’altare della sopravvivenza e come questa attitudine o meglio fissazione perpetuandosi nel tempo, ci obbliga a rispondere a sollecitazioni diverse, sempre nello stesso modo analogo, esponendoci ripetutamente all’errore e alla sofferenza.
La terza: La sofferenza cessa con la cessione del desiderio. Questo si ottiene l’illuminazione, Nibbana o Nirvana, il totale abbandono dell’illusione che vi sia un sé o anima durevole e indipendente. Una persona illuminata viene chiamata Arahant.
La quarta: l’illuminazione si raggiunge per mezzo di un addestramento graduale, un sentiero chiamato la “Via di Mezzo” o “Nobile Ottuplice Sentiero”.
LA SITUAZIONE ODIERNA
La nostra specie ha in sintesi cristallizzato le proprie conoscenze ed esperienze attraverso questa ACM, un lavoro che si è dimostrato vincente per la propria sopravvivenza, sia a livello sociale, che individuale.
Nel dettaglio dobbiamo considerare un fattore assai importante, ovvero che questa cristallizzazione è stata assimilata dal nostro DNA, ma questo permettetemi di dire dall’uomo di Neanderthal (circa 250/300.000 anni fa) ad oggi il nostro DNA ha subito leggere modifiche, mentre al contrario la nostra società, si è evoluta in modo esponenziale.
Vediamo che nel periodo paleolitico l’uomo si organizzava in piccoli gruppi (max 50) e le tribù erano condizionate da fattori quali la disponibilità di cibo e il clima. Ogni individuo era indispensabile alla sopravvivenza di tutti ed ognuno aveva un compito specifico, gli uomini cacciavano e difendevano il villaggio da predatori e tribù nemiche, le donne accudivano i piccoli e raccoglievano radici e bacche, gli anziani (età max 40) erano esperti nel prodigare consigli.
I rapporti umani erano consolidati da tutto questo, ed ognuno era indispensabile alla comunità. Oggi gli innamorati citano molto spesso la frase: “non posso stare senza di te … sei la mia vita …”, potrei dire con sicurezza che queste frasi all’epoca si rivelavano drammaticamente vere. Una tribù non puà sopravvivere senza una difesa esterna, sarebbe annientata come altrettanto vero non potrebbe vivere senza “eredi” morirebbe in breve tempo. Sotto una certa soglia, la tribù soccombe e muore, e così è stato per molte specie, ma al contrario chi si è contraddistinto e usato il proprio ACM in modo funzionale ed efficace è sopravvissuto, portando il genere umano a dominare il pianeta a dispetto di tanti altri suoi limiti, quali forza, velocità, grandezza (il piccolo dell’uomo è il più debole tra tutti i cuccioli dei mammiferi).
Ricordiamoci però che la dimensione del gruppo è rimasta invariata per moltissimo tempo, e solo 2.000 anni fa ca. è iniziata la sua crescita esponenziale. All’epoca, secondo alcune stime gli individui nel mondo erano circa 50 milioni, in gran parte riuniti in agglomerati urbani, e utile precisarlo connotati in modo assai diverso da quello attuale.
Vorrei richiamare l’attenzione proprio su questo punto, abbiamo avuto un mutamento delle condizioni umani e relazionali, davvero imponente mentre il nostro DNA è rimasto pressoché uguale e la nostra ACM risulta disfunzionale per affrontare le sfide della vita.
In epoche più vicine a noi, circa 300 anni fa, la popolazione viveva ancora in piccoli agglomerati, il contadino doveva pensare alla raccolta, ma al tempo stesso alla difesa della famiglia, e le interferenze tra regnanti e papi la vita all’interno della comunità si manteneva stabile grazie a rapporti di reciproca solidarietà e la nostra ACM manteneva ancora una sua funzione nel regolare i principi relazionali.
E’ ancora in tempi moderni che grazie allo sviluppo tecnologico si sono realizzate condizioni completamente inedite. Il film “TEMPI MODERNI” (regia Charlie Chaplin 1936, titolo originale Modern Times) evidenzia nella sua bravura, la drammaticità di un “lavoro” estraneo all’uomo stesso.
Una ricerca scientifica evidenzia come nel periodo ’45 – ’90 le innovazioni tecnologiche superano quelle realizzate in 450 milioni di anni, e ancora come in questi ultimi trentasei anni, i mutamenti siano stati anche più importanti e consistenti.
Le città oggi arrivano a 20 milioni di individui (la metà della popolazione “mondiale” ai tempi di Gesù).
Vorrei ricordare ancora, che dal punto di vista evolutivo e biologico 2.000 anni sono una frazione di secondo, rispetto all’evoluzione della specie.
Noi siamo soggetti biologici, nonostante la realtà virtuale sembri o voglia soppiantare la realtà oggettiva.
(a breve la seconda parte)
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