RICONOSCERE LE NOSTRE EMOZIONI

La definizione dell”Associazione Psicologia Americana, l’emozione è un modello fenomenico complesso, di natura reattiva, che coinvolge varie esperienze soggettive, sia di natura fisica (comportamenti, riflessi, attivazione fisiologica) che psicologica (esperienza soggettiva, processi cognitivi), non sempre a livello consapevole. Si tratta di un modello funzionale evolutosi per fronteggiare fenomeni o eventi con il quale un organismo entra costantemente in relazione significativa.

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A livello etimologico invece, il termine emozione deriva dal latino “emovère”, semplicissimo possiamo dire. Al suo interno troviamo la parola “movère, che altro non è che un “muovere” (radice proto-indoeuropea, ricostruita come “meuh-“ e con il prefisso “e” che indica un “fuori, verso il fuori”, In pratica qualcosa che nasce da dentro di noi e si muove verso l’esterno.

Conoscere le nostre emozioni è il primo passo che noi facciamo per poter imparare a gestirle. La Mindfulness ci offre questa opportunità. Il percorso delle Mindfulness, si svolge in 5 incontri, attraverso esercizi esperenziali e una veduta teorica sui più aggiornati sviluppi da parte della scienza.

Ma cosa sono le emozioni?

Se qualcuno dovesse chiederci cosa sono, potremmo dare moltissime risposte, e forse ancora risulterebbero insufficienti. In realtà, sono fenomeni complessi, che coinvolgono la nostra percezione di ciò che assorbiamo dall’ambiente esterno e da questo con gli altri. Ma ancora, sono collegate al nostro vissuto interiore, a quello che noi percepiamo dal nostro interno, sia a livello fisiologico che mentale, quali ricordi, pensieri e fantasie.

Percepire le emozioni, è il secondo passo per poterle gestire. Riprendendo il valore etimologico, vediamo che gli aspetti più privati, che riguardano la nostra esperienza mentale legata alle emozioni, sono fatti di parole, immagini, ricordi di situazioni specifiche. Se un nostro amico ci chiedesse cosa sono queste emozioni, saremmo portati a descriverle, attraverso gli effetti corporei visibili che hanno su di noi e nel nostro relazionarci con gli altri. L’amore ci porta ad abbracciare l’altro/a, la rabbia a picchiarlo/a, la tenerezza ad abbracciarlo/a, la gelosia a denigrarlo/a. Rispondendo alla domanda del nostro amico però, saremmo certi di rispondere: “è stato un momento bellissimo e sono rimasto a bocca aperta”, “mi ha fatto arrabbiare talmente tanto che sono ancora rosso”,”se me lo fai ricordare tremo ancora dalla paura”. Ma ancora usiamo le immagini per rafforzare il nostro sentire, “sono felice come una Pasqua” (immaginando campane a festa e colombe che volano), “fumo dalla rabbia” (ad indicare una pentola in ebollizione), “sono rimasto paralizzato dalla paura” (ad indicare una menomazione momentanea). A livello letterale queste ultime considerazioni, stonano, ma hanno nel sociale una raffigurazione e un valore ben definito, tanto da essere considerate “normali”.

Questa ha cercato di rispondere  delle domande basilari: ma cosa sono esattamente le emozioni?, da dove nascono?, quando nasciamo sono già innate? Le abbiamo assimilate e fatte nostre tramite amici, società, familiari, ambiente sociale? P. Ekman nei suoi libri “Giù la maschera: Come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso”(2007) e “Te lo leggo in faccia: Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste” (2008), conclude la prima parte dei suoi studi, annunciando che ci sono sei emozioni di base e che le loro espressioni facciali sono costanti da cultura a cultura, da società a società. Esse sono: felicità, tristezza, rabbia, paura, disgusto e sorpresa. E’ sicuramente un argomento affascinante e complesso, ci incuriosisce, che ci plasma la vita, in ogni suo meandro. Influenzano l’apprendimento, la memoria, l’attenzione, la motivazione al fare, e interagiscono infine in modo complesso con aspetti biologici importantissimi come la fame (anoressia e bulimia) e il sonno (insonnia a sua volta causa di vari disturbi quali ansia, depressione).

Questa ha cercato di rispondere delle domande basilari: ma cosa sono esattamente le emozioni?, da dove nascono? quando nasciamo sono già innate? Le abbiamo assimilate e fatte nostre tramite amici, società, familiari, ambiente sociale? P: Elkman nei suoi libri “Giù la maschera: Come riconoscere le emozioni dall’espressione del viso”(2007) e “Te lo leggo in faccia: Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste” (2008). Nella sua “teoria neuroculturale” conclude la prima parte dei suoi studi e annuncia che ci sono sei emozioni di base e che le loro espressioni facciali sono costanti da cultura a cultura, da società a società. Queste sono: felicità, disgusto, paura, rabbia, tristezza e sorpresa.

Ora, per descriverle e definirne il loro ruolo, possiamo porre diverse etichette, ma solo quando queste, diventano problematiche e ci creano uno squilibrio nella vita siamo propensi nel considerarle sbagliate, o ancora ci consideriamo noi sbagliati nel provarle. Proviamo a vederne alcune.

E’ una di quelle più forti. La paura ci paralizza, fino a condizionare il nostro comportamento, a bloccarci e a fermarci, limitandoci a non fare quello che in realtà siamo in grado di fare. Ad esempio: molto spesso nei film thriller o d’azione, in uno scontro “la vittima”, nemmeno tenta la fuga, aspetta inesorabile la sua fine, o se fugge lo fa in modo disordinato, poco razionale. Nella savana la gazzella catturata dal leone, comprende la sua fine e una volta a terra, non reagisce più. Noi esseri umani avremmo una gran quantità di metodi per affrontarla, eppure rimaniamo inermi.

A volte, siamo talmente “paurosi”, che non agiamo solo perché abbiamo paura di provare paura, e a questo proposito un esempio è quello di aver paura di mettersi in evidenza, di parlare in pubblico ed allora il nostro inconscio si rifiuta, pur sapendo di saper cosa dire, di saper come muoversi, la paura in questo caso ci blocca, reprime il nostro fare. Dovremmo imparare da alcuni politici, incapaci di esprimersi, di dire cose intelligenti, eppure continuano imperturbabili nelle loro disquisizioni immaginarie.

Un’accoppiata davvero sgradevole, dove all’accadere di un evento possiamo agire con tristezza o con rabbia. Quest’ultima però a differenza della tristezza, prepara il nostro corpo alla difesa o all’attacco verso un qualcosa che ci crea frustrazione. Molto spesso impulsiva, la rabbia ci porta a fare cose che “lucidamente” non faremmo, portandoci “col senno di poi”, a pentirci del nostro comportamento.

Dal canto suo la tristezza, se manifestata in modo intenso, ci rallenta, togliendoci energie che potremmo impiegare in modo più costruttivo. A volte invece può essere l’anticamera della depressione.

Raramente prestiamo attenzione ad esse, anche se ci accompagnano durante tutto il giorno, facendoci agire sotto dettatura. A volte le nostre azioni sono dettate da loro, ma di rado siamo consapevoli della loro influenza, finché non iniziano ad essere presenti in modo intenso.

Secondo l’A.C.T. (Acceptance and Commitment Therapy), noi non siamo in grado di distinguere quelle buone da quelle sbagliate, e ancora meno quelle giuste da quelle ingiuste. Tutte prò hanno una loro importanza significativa nella nostra esistenza. Certamente, possiamo individuare quali siano piacevoli come la felicità e la sorpresa, altre lo siano meno tristezza e disgusto e altre ancora siano totalmente spiacevoli quali paura e rabbia, e sono queste ultime che tendiamo a soffocare a sopprimerle a non sentirle.

L’affrontare le emozioni “difficili” non è semplice, ecco perché le evitiamo. Questo atteggiamento però se è efficace nel “qui ed ora”, si rivela un boomerang nel lungo periodo. Se al momento infatti ci fa sentire “forti”, capaci di gestirle, nello scorrere degli anni questo accumulo di energia repressa, va a scaricarsi sulle parti più deboli del nostro corpo, portandolo ad ammalarsi. In altri casi questo accumulo ci porta ad “esplodere” creando incidenti di molteplici entità.

Stati d’ansia e crisi di panico, sono solo alcune delle problematiche che possono nascere da questa sottovalutazione. Il fuggire da queste emozioni diventa un “lavoro quotidiano”, diventando padrone della nostra vita, la fuga ci impedisce di vivere appieno la nostra vita, e gli unici vincitori saranno rabbia e paura.

 L’A.C.T. propone come unico approccio questa semplice trinità: accogli, scegli, azione.

Accogli: prendere consapevolezza, abbandonando la lotta che portiamo avanti ogni giorno per allontanare le emozioni spiacevoli, e sostituire il questo con l’accoglienza che altro non è la verifica di quello che ci succede se “arriva la paura”. Come stiamo? Perché mi sento così pauroso? Ma questa accettazione non viene dettata dalla rassegnazione, dalla sofferenza, ma bensì sono proprio la paura e la rabbia che mi derubano della mia vita, che mi impediscono di vivere la vita che vorrei, e “vorrei capire perché?”.

Scegliere: individuata l’emozione che ci “fa star male”, dobbiamo scegliere come comportarci.

Azione: non re-azione, in questo ambito non saremo più spettatori inermi, bensì attori, della nostra vita.

L’importanza di riconoscere queste emozioni e di darle un ruolo ben definito all’interno della nostra vita è importante, per rendere la vita stessa un giardino dove la nostra essenza più intima possa arricchirsi e germogliare.

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